I pesi massimi e i pesi piuma. La relatività delle cose perplesse.

 

Sentire che m’anneghi nel mare di pensieri futili
che galleggiano lucidi in miliardi di parole
e sentirsi dire che la consistenza delle cose non sempre è quella che si vuole
non sempre è quella che si vuole
non sempre è quella che si vuole
e le luci dei viali, a tratti spettacolari, con la testa pesante brillano come astri millenari
con occhi lucidi sono solo focolari luminosi che più brillano e più bruciano
che più scottano e più bucano polmoni e palloncini di parole.
temporale colossale che riduce male altrettante robe verdi oltre alle circonferenze che ho in viso in mezzo al lati dei capelli
le proiezioni spingono le sagome e le ombre diventano pallide, nere e banali
esplodono le teste dei signori negli attraversamenti pedonali, che suonano di fischi nella realtà, nei giorni, nei minuti contati a mente. Nei passi tirati avanti, nei calci tirati nelle costole, nelle strade dissestate che fanno inciampare sempre.
e gareggiano i colori, a chi fa prima, il trofeo della vincita perfetta che non esiste per niente.
Ma quando si gareggia in tre la gara è persa.
Il silenzio dei tuoi occhi, martella forte tutti i rintocchi che questo cuore si è permesso di fare
e credimi, il tempo sarà un parametro banale,
ma fa comunque un male cane
fa comunque un male cane
fa comunque un male cane.
Rimuovo il pensiero e conta niente, passeggio tra la gente, ci resto indifferente
la solita canzone: la faccia dice nulla, e ogni volta penso che
in quegli occhi, cristo, avete il niente
e vedete poco più.
Ci sguazzate sorridenti, e vedete poco più.
Ci pensate vagamente, e vedete poco e niente.
Gelerai nuovi se magari…ma ricorda che il peso ha un suo perché,
che le sensazioni delle volte sono burroni giganteschi,
che le parole non sono mai nulle se accompagnate da gesti,
che forse l’interpretazione ha il suo margine d’errore…..e sarà anche quello che ti ci vuole,
ma sperare in un futuro migliore…in questo modo sarà solo una sorta di illusione.

Pensieri cronici di privazione del domani, vorrei stringere il presente tra le mani e sgretolarlo in sottilissima polvere che vola veloce lontano dopo esplosioni nucleari.

Non sembri nemmeno tu. Così a testa pesante e in giù.
A dondolare incostante, con in bocca il niente, non sembri nemmeno tu.

 

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Circonferenza limite. (Premio Dardos)

Sbaglio abbinamento,

sbuffo di risate,

non rispondo a nessun perché,

proietto il passo sull’asfalto,

ci nuoto dentro,

ti trapasso di sfuggita,

butto via strati su strati,

lancio attorno sorrisi bruschi,

germoglio nel suo inverno,

nuda quando inizia il freddo

ma non sono loro,

radici robuste contro stecchini

avvolti da carne casuale,

corteccia ruvida contro semplice pelle.

Ascolta il vento fischiare tra i rami

strumento naturale tipo corde vocali.

Il sole lo nascondo,

evaporo troppo

e non mi trovo più.

Ho la lingua in pezzi.

E tu mordi

e non vedi che anche io ho gli occhi,

che tremo se mi tocchi,

che ho nel petto un macchinario gigante

con battiti scomposti.

Indigesta di un mondo liquido andato a male.

Conati di vomito, primo pensiero razionale: resettare.

Il metronomo di riserva nella cassettiera

rosso in un pugno di mosche

lo tengo fermo per i giorni di fame

in cui avrò voglia di riempirmi

la testa di parole caramellate con carte colorate

che non sapranno parlare

mai quanto i ronzii acuti inceppati tra le orecchie.

Shhh!Vuoto.

Come il mio stomaco in questo momento

quanto il tempo che più lo penso

e più mi impregno,

più mi addenso,

più mi increspo,

più raffermo,

più sbiadisco,

più tentenno,

più disdegno,

più trattengo,

E più resta fermo.

 

Adesso è il momento dei ringraziamenti e delle nomination varie ed eventuali!

premio-dardos

Ringrazio interrotta per avermi nominato per il Premio Dardos, che è un riconoscimento destinato ai blogger che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori personali, culturali, etici e letterari attraverso la scrittura creativa ed originale”. Grazie di cuore.

Le regole del Premio Dardos sono:

–     Mostrare l’immagine del premio

–     Ringraziare chi ti ha nominato

–     Nominare altri 15 blogger

I 15 blogger che consiglio assolutamente di leggere e che si beccano questo premio dalla sottoscritta sono:

Nevralgia in allegro moderato.

L’insoddisfazione, la noia, la bile.

Incurvare le spalle, contare fino a dieci, erigere mura come hobby personale.

L’entropia onnipresente, i clacson, la cappa di fumo.

Stringere le ginocchia al petto,

cercare di

minimizzare

la sensazione mortale

di inesistente dinamica.

Statica.

Monocromatico fermo immagine, bordi bruciati, prospettiva piatta.

Sarà forse che non proprio tutti hanno lo stesso peso?

Statica come conchiglie vuote.

Perfetto ornamento da esporre in vetrina.

Manichino, occhi vuoti, eco nell’interno.

Sarà forse che non proprio tutti hanno lo stesso riempimento?

Fitte in alternanza, petto parte sinistra, testa parte destra.

6 secondi inspirare.

6 secondi pausa.

6 secondi espirare.

Alla fine le mani riprendono colore/calore e tutto quello che c’è da calmare dissolve oppure, caso opposto, esplode.

100 volte la testa che scoppia sotto il cuscino piuttosto che essere casuali sagome di cartone.

Ben vestite, ma pur sempre sagome di cartone.

Sarà forse che ritenete interessante chiudersi in autoesaltazioni

installazioni permanenti

di specchi

attorno al vostro guscio,

quattro lati di riflesso, e esternare meno che una sensazione di nulla dentro?

Granelli di anima lanciati a caso.

A dirla a citazioni, insomma, pezzi di carne con gli occhi.

 

 

 

Inconsistente come ombre.

Senza nessuna aggiunta. 0,50€ per ogni ingrediente in più. E no, non ci sto. E se il mio sapore è insipido, mi importa zero.

Lascio impronte sulle pareti interne del mio involucro. Come promemoria di cui poi dimenticherò l’esistenza. E pare funzioni da trampolino di lancio. Il problema è che se sei una deficiente, e ti lanci ad occhi chiusi, e non se ne parla di vedere DOVE, finisci disastrosamente contro quel bel muro bianco su cui non vuoi inglobare nessun ricordo.

Mi rende triste la mancanza di quella sensazione di sincronia degli abbracci. Sentire la pelle liquida che cambia domiciliazione. Scambiarsela, prenderla in prestito per il tempo necessario a mostrare a vicenda il proprio paradiso personale. Ehi nei miei occhi il mio cielo è così celeste da sembrar finto e le mie nuvole sono rosa, e amano le variazioni cromatiche fino al rosso e gli alberi si muovono sempre ma non c’è mai vento freddo. Se alzi gli occhi al cielo, il sole è caldo ma non brucia mai. E la gente che si tiene per mano, ha scintille che sbucano fuori dai polpastrelli. E la gente arrabbiata ha sulle teste fogli imbrattati di nero. E chi ne ha voglia li può acchiappare e strappare o contribuire alla variazione. Acquerellare con colore.

Riempire barattoli del bello che riesco a vivere. Conservarli per le giornate di pioggia. Oppure usare le spalle come cuscini e le mani come pettini, e sentire le dita tra i capelli. Sentir così tanti brividi da ritrovarsi gli occhi gonfi di lacrime. Di quelle belle, che vengono fuori col sorriso e fanno il solletico senza graffiare le guance. E non aver mai paura di niente.

Quando i disegni sulle mani erano invisibili ma bellissimi. Quando tutto quello che mi circondava finiva dritto nel petto. E esplodeva ciclicamente ogni 30 secondi. Mi riempiva le ossa, e irrigidiva i muscoli ma non sentivo strappi. Quando il tragitto del mio intorno era petto-labbra. E SBEM. Sorriso puro 100%.

 

E invece una mano con smalto rosso sulle unghie si è posata sulla mia spalla per troppo tempo e ho abbassato lo sguardo.

Ho iniziato a smontare la pelle dal mio labbro inferiore, ho guardato di nuovo le scarpe, come se ci fosse il pericolo di perderle anche solo stando immobili a bere un bicchiere di Jager. Le ho controllate più volte. E poi basta. Non ho sentito niente.

E invece, un ragazzetto che avrà avuto massimo 15 anni, mi ha sputato in faccia del fumo di una sigaretta elettronica. L’ho guardato male. Ho abbassato lo sguardo. E poi basta. Non ho sentito niente.

Ho cercato nelle tasche del parka qualcosa che non mi serviva e non esisteva neppure, le tasche erano vuote e io temporeggiavo per non so cosa. Qualcuno mi ha guardato le labbra. Non ho abbassato lo sguardo. Ma ho continuato a mantenere un’espressione aggrottata guardando male immaginari punti fissi. E non ho sentito niente.

E invece ora, una ragazza mi chiede della moneta allungando verso di me un cappellino grigio. Dietro di lei un ragazzo suona la chitarra seduto per terra. L’acustica è buffa nell’angolo in cui sono e se guardo a sinistra la gente vaga in piazza, ma a nessuno importa niente. In ogni caso le parole mi attraversano e le rispondo, con lo sguardo diretto al muro dietro di lei. Ragiono ad equivalenze. E poi basta. Ha sorriso, ho ricambiato con un sorriso sporco di pulviscolo atmosferico. Ma non ho sentito niente.

Ho contato le linee sulla pavimentazione e ho tagliato a metà ogni mio passo posandoci il piede esattamente nel centro. Ho pensato che non è bello il vuoto delle fughe. E successivamente dopo a quanto era bello correre e non avere mai il fiato ma continuare fino ad un passo dal collasso.

E invece ora, cerco di andare oltre al limite ma non lo trovo. Immensa distesa di nebbia bianca. E ho il cuore a mille ma non c’è sorriso che tenga. Abbasso lo sguardo, controllo che qualcuno non mi abbia rubato i piedi, forse è questo. Li muovo, per sicurezza. Abbozzo un sorriso tirando su l’angolo destro delle labbra. E non riesco a guardarmi intorno.

Ho il cuore a mille. E questo fottuto vuoto ovunque. Trapassa e mi manda in ossidazione tutto il bello. Vento forte che sparpaglia i miei mille pezzi. E perdo i più importanti e alla fine prendo la testa tra le mani e piango. E ho un nodo gigante in gola, tossisco forte e non va via. Allora mando giù ma non funziona e sento freddo anche solo per pochissimo e non ho fiato, e i battiti non li distinguo e il cielo è sempre grigio e gli orologi impazziscono e sembra sempre troppo tardi ma alla fine mi evapora la pelle. Se per sbaglio ho sorriso, nessuno s’è accorto di niente.

 

Non mi manca niente al di fuori

 

di me.

Il cartone della pizza (Esperimento 15 minuti di traffico mentale)

Vuoti che traboccano di tutti i silenzi tirati su col naso. Serve ossigeno. 100 punti alla gente che passa veloce e non sa cosa significhi non “sentirsi” materia viva in mezzo ad un mucchio di persone-zombie. 100 punti che ti mando in tilt la testa con una frase sola. Vendo vuoti. Cammino, lancio fuori uno sbuffo di fumo e Superficialità mi urta la spalla. E non chiede scusa. E penso che magari era persa tra i suoi pensieri. E giustifico il collegamento nella mia testa tra l’urto e parole che finiscono in -ità, tipo fisicità, conducibilità, immaturità, aridità, malvagità, stupidità, abilità e agilità. Questione di allenamento, quindi, schivare ammassi di carne vaganti. Poi cambio idea, e il mondo lo voglio nella mia stanza. Lo impacchetto per bene, mappa in formato gigante, lo metto in borsa e risalgo le scale a due a due. Mi libero il collo dalla sciarpa, mi lancio all’indietro sul letto, osservo il soffitto per un secondo, chiudo gli occhi e mi addormento nell’angolo tra i due muri per il tempo necessario a pigiare OFF. Mi sveglio che ho grattato via la pelle scomposta. Che non va bene, non bene con un pezzo alla volta come fosse semplice avere l’involucro di un camaleonte ed essere malleabile sotto le vostre mani luride e prive di qualsiasi tatto da buona educazione. Era semplice quando di fronte casa c’era una distesa immensa di alberi e fuori mi sentivo al sicuro. E la luce non abbagliava. E la pioggia profumava. E le foglie riuscivano a solleticare. E il cielo giocava a cambiare umore. Era bello. Era bello disegnarsi la schiena senza complicazioni. E aver da raccontare dei tatuaggi temporanei scritti come libri sulle mani. Così tante parole a comporre geniali assemblaggi stile pointillisme. Un muro intero imbrattato di tutto quello che ho visto, pensato, vissuto, toccato, mangiato, sputato, bevuto, vomitato. Ma soprattutto era bello essere senza esami, senza esami, senza esami. Sezionati e analizzati. Mai cavie. Mai. Cavie. Mai. Mai costante errore ben pensato con comportamento particolarmente adeguato alla circostanza che richiede gentilezza, comprensione. Attenzione, sempre attenzione. Pavimento bagnato più scivoloso che mi sia capitato sotto i piedi. E ho pensato: poco importa, cammino sull’asfalto!Ma qui diluvia…e ho bussato a caso ad un portone, ma non posso entrare. Ancora devo capire il perché. E mi vien voglia di boicottare qualsiasi buona maniera e lanciare l’appartamento giù dal terzo piano. Pioggia di vestiti. E tutto il resto. Fuori. Fuori dalla finestra. 3 piani di urto violento. E poco importa, vi farei guardare attraverso i fori che ho scavato da parte a parte con cura con un pratico cucchiaino. Ma odio il modo in cui scrutate i miei lembi. Prolungamento di pensieri immuni al giudizio, godersi allo specchio e veder immagini limpide. E sentirsi limpidi in ogni specchio del mondo. E poi proseguo, e tirate su le maschere. Le seconde. O forse le terze, o quarte. E vorrei strapparvi via la pelle. Che bisogno c’è di travestirsi quando lo avete stampato in faccia un gigantesco “pagliaccio”, ‘ché consumate poco spazio con i vostri crani e funzionate di circostanza. Lampadine che fanno venire il mal di testa con la luce traballante immediatamente precedente al non-funzionamento totale, e avete quei cazzo di occhi vuoti. E non sapete dire nulla, nulla, nulla di interessante. E i vostri crani sono vuoti, vuoti, vuoti. Niente risonanza per simpatia. Silenzio assoluto. E ci provi a dire che ci si può adeguare a questa mediocrità generica. E invece. Zero empatia. Zero coraggio. Zero interesse. Scivolosi come il pavimento liscio dei portici bolognesi quando piove. Labili e vagamente nebulosi. Così preoccupantemente lucidi di luce sempre solo riflessa. Presto attenzione al discorso: blablabla. Mi canto una canzone in testa. Penso che forse sarebbe stato bello se quel giorno avessi svoltato a destra invece che andar dritta. Ma mi perdo, ci perdo e perdo, sempre, lo slancio. Mi sforzo a guardarvi in faccia. Ci provo e ci tenete così tanto che io alzo lo sguardo, e vedo solo occhi scavati, vuoti, privi di *, vuoti, vuoti, vuoti. Orbite collassate in questa gentilezza colossale. Vedo solo collassi di quelli che volevo fossero paradisi stellari e sono invece miseri fori oculari. E non c’è sbrilluccichìo che tenga. A parte il riflesso che scende distrattamente sulla guancia. E non vale. Non tirar su il naso, guardati le scarpe e lascia star le decorazioni, i lampadari, i piccioni appollaiati e le stelle. Che qui non ci saranno mai e nero per nero tanto vale capirci qualcosa riguardo a dove mettiamo i piedi. E vi guardo e voglio strappar via i miei sguardi. Perché siete così poco che ne sento il vuoto e mi manca il respiro. Perché siete così poco, così poco, così poco. Da svuotar i polmoni.

Non polvere da filtrare. Inalare, inalare, inalare. Il movimento è da manuale. Ma zero ossigeno. Eppure è semplice, in pratica da prima elementare.

Fischi di vento. Decripto male. E finisce che in testa ho: bevimi tutti questi pensieri liquidi e fammi addormentare. Chiudo gli occhi e ho onde corte, fuori corrente ma tra loro correlate. Galleggianti fluorescenti, acqua nera e grovigli di gente che fa finta di non veder niente oltre il proprio naso ma scruta tutto il circuito di indifferenza che fluttua sulle loro teste. Ho tolto via la pelle. Allora sento un freddo boia e mi becco tutte le infezioni del mondo, cammino con i passi che bruciano in progressione crescente, più mi avvicino più sembra di aver sotto della brace rovente e ogni soffio diventa alcol puro lanciato dove prima c’era la mia pelle e vorrei fare un bagno nel disinfettante. E sentirmi senza pellicola e ancora interessante. Senza troppe parole e ancora interessante. Dimora senza mura ma comunque esserne abitante.

Necessito momenti da percepire. Vita pura e nessuna polvere sottile.

Asèral (La polarità invertita dell’arrendersi alle varie ed eventuali elaborazioni mentali. Ovvero: occasionalmente funzionare al contrario)

Non dormo perché sono stanca di non prendere sonno, e ogni volta che chiudo gli occhi invece che un bel foglio nero mi ritrovo ad avere un sistema digestivo parecchio controverso. Roba che sa di buono che mi scivola casualmente nell’esofago ma brucia come brace rovente. La conseguenza immediata è che poi alla fine del percorso invece dello stomaco mi ritrovo uno scolapasta.

Lo stesso che ha fatto scappare quelle simpatiche farfalle.

Le stesse che acchiappo col retinodapesca. Le stesse che per un nanosecondo libero, poi riacchiappo e ingoio.

OH, ‘DOCAZZOANDATESTRONZE?

Polarità invertita. Belle parole che escono fuori male, marciume generico che vien fuori in forme ottime come fango che si finge argilla.

Alterazione della materia interna, con conseguente rischio di frattura. Ma non ci interessa. Abbiamo la corazza adatta a resistere. Almeno ci proviamo. Ci teniamo interi con il nastro adesivo perché la colla non ci piace più. Non sia mai che per sbaglio dovesse capitare di attaccarci insieme le dita.

Mucchi di sorrisi che si fanno pensare. Ed esplodono. Come bolle di sapone in una sorta di carnevale gigantesco. Color arcobaleno.

Lo stesso che ho bisogno di disegnare sulla tua schiena strisciando 4 delle 10 dita che uso per tenere inutilmente il conto degli angoli del tuo cerchio. Lo stesso che sfugge al tentativo di diventare artistico ornamento intorno al mio collo. O meglio dettaglio non poco rilevante che mi agita la pelle.

Increspature. Le stesse che potrei accentuare sulle tue labbra. Le stesse che mi fanno da lenti a contatto e mi dicono che sei di magnitudo 9.0. Evento raro. Catastrofico. E lasciamelo dire, a tratti, quasi sconcertante.

Inerme, hai idea della sensazione? La stessa che non fallisce il tentativo di mandarmi in collasso i polmoni ogni sussurro a mezzo centimetro delle mie orecchie. O meglio, appunto, dettaglio non poco rilevante che mi agita la pelle. Quella dei brividi, che vorrei sentire trapassarmi. Che vorrei sentire d’impatto. Violento e inaspettato. Come frontali a luci spente.

Lo reggi il colpo o pensi di fare un giro su un’altradiquellegiostreinutili stavolta?

Se ti scopro pigmentazione della mia pelle giuro che cerco di grattarti via per vedere se anche tu sei indelebile come i pennarelli. Echissàsecosticosìtantoedurianchetucosìpoco.

E chissà se anche tu hai avuto 4 colori. Se hai lasciato il segno su almeno 3 fogli bianchi del blocco su cui scriverei e se hai strappato via le tue tracce perdendo quantità apparentemente irrilevanti del tuo inchiostro.

Che poi il filo del discorso l’ho perso….ma a ripigliarlo direbbe:

ci posso ricamare la forma dei miei denti sui tuoi fianchi?

Così, per chiedere.

Acufeni.

Automatismi. Non ne capisci neanche uno. Nè per sbaglio nè per caso. Che a capire troppe cose, ti si smagnetizza il cervello. A mo’ di relazione tra carta di credito piena e bancomat che non vuole riconoscerla. Macazzodammiqueisoldi.

Mi sento tatuare in fronte a lettere cubitali: PRELIEVO NON DISPONIBILE.

Di pensieri son piena lì, ma insomma non me li vogliono ridare indietro. Della serie “il suo deposito sarà al più presto disponibile nel frattempo la priviamo del sacrosanto diritto di riprendersi indietro la sua roba”.

Sei un fottutissimo muro freddo.

E no, non vorrei metterci di mezzo la parola inerzia. In stile zapping a braccetto con la noia.

Più che altro mi sembra che qualcuno mi ha chiuso in una stanza e ha lasciato la luce spenta. Ecco insomma, non è il massimo in gentilezza.

Che tu vai dritto e magari sbatti contro la porta.

Non mi interesserebbe del come, del dove, del quando. Ma magari se me lo chiedi in un altro modo ti rispondo e ti strappo tutti i conti. Tutti quelli che avevi segnato sugli scontrini ingialliti, che tieni per sbaglio sulla scrivania perché non servono, ma li usi come valida alternativa ai post-it, che invece si staccano e li ritrovi per terra in giro per la stanza a vagare senza meta. E perdi il concetto.

Alla fine quando ci penso vedo il tutto come un vortice gigante in cui hai la tua bella postazione e qualche bella sorpresa, qualche mano che cerca di tirarti verso il mare calmo e qualche calcio in faccia per mandarti giù.

Conti, lezioni imparate, convinzioni variate, chiamatele come vi pare.

Fatto sta che non funzionano.